#LOTTOMARZO deve essere intersezionale – Intervento

 Ciao a tuttə!
Ogni tanto riemergo per aggiornare anche il blog, oggi in particolare volevo rendervi partecipi di una parte del discorso che ho fatto durante l’intervento del Collettivə Bruna e CAN Novara dal titolo “Cosa significa essere donna?” tenutosi su Facebook il giorno 6 marzo 2021.
Ero in compagnia di altre splendide donne e in due ore e mezza abbiamo parlato dei più svariati argomenti: disabilità, lavoro femminile, bisessualità, violenza di genere, costrutti sociali e mille altre cose.
È stato molto interessante, ho imparato moltissimo e il discorso è proseguito molto fluidamente.
Se vi andasse di recuperarla, vi lascio il link a fine articolo.
E ora vi lascio alla lettura della prima parte del discorso che ho fatto all’evento.

Premessa: in questo intervento parlerò più che altro usando il femminile universale, questo non vuol essere assolutamente escludente per le persone non binarie, transgender o mancare di rispetto ad altre categorie marginalizzate, sarà solo per una questione di comodità, chiedo anticipatamente scusa.

In occasione di questo evento per la giornata internazionale della donna, vorrei incentrare questo mio intervento sulle donne con disabilità e l’intersezionalità delle loro lotte.
In cui con intersezionalità intendiamo l’intreccio di identità sociali, discriminazioni multiple e oppressioni che agiscono su svariati livelli contemporaneamente creando ostacoli che spesso non vengono compresi se confinati solo nella discriminazione di genere o nell’abilismo.


È importante ricordare che le discriminazioni di genere non si sostituiscono a quelle determinate dalla disabilità, ma si sommano ad esse producendo un effetto moltiplicatore.
L’invisibilità delle donne con disabilità è la costante che le caratterizza, impedendo loro di essere riconosciute come cittadine e titolari di diritti.
Un’invisibilità che è sia causa che effetto di discriminazione nella raccolta di dati, nelle politiche di genere, nella partecipazione alla vita pubblica e privata, nella violenza. Per non parlare della loro invisibilità nelle azioni dedicate alle donne rifugiate e richiedenti asilo.
Le donne con disabilità non godono di pari opportunità né rispetto alle altre donne, né rispetto agli uomini con disabilità.
Secondo l’ISTAT lavora solo il 35,1% delle donne con disabilità a fronte del già limitato 52,5% degli uomini disabili.
La pandemia ha contribuito ulteriormente a questo distacco, è urgente una strategia di contrasto all’isolamento sociale e professionale, benché sia ancora chiaro come le persone con disabilità vengano ancora classificate come persone di serie B.
Le criticità emergono sin dall’infanzia e si protraggono per tutta l’età adulta, a partire dalla difficoltà di accesso all’istruzione e formazione e la scarsa integrazione nel mondo del lavoro.

È urgente sostenere e supportare la didattica delle persone con disabilità attraverso l’attuazione di pratiche più inclusive e di certezze, partendo dall’accessibilità dei luoghi e dei mezzi di apprendimento sino a scardinare la discriminazione e l’idea che una persona con disabilità non possa contribuire a livello sociale e politico alla vita pubblica.
Vi è inoltre la necessità di ripensare il mercato del lavoro in chiave inclusiva, non solo in termini di spazi ma anche di tempi e modalità, attuando politiche nazionali e regionali in tema di accesso e mantenimento al lavoro per le persone con disabilità, tramite anche una riprogrammazione dei fondi nazionali.
Sono 1,6 milioni le persone con disabilità in Italia e di queste il 69% non ha un lavoro e i dati si inaspriscono per quanto riguardano le donne. Se gli uomini con disabilità che hanno un’occupazione sono il 29%, per le donne la quota non supera l’11%.
L’articolo 26 del decreto Cura Italia doveva vigilare sulla tutela dei diritti lavorativi delle persone disabili ma già dallo scorso agosto i lavoratori disabili sono stati spesso invitati a usare permessi e ferie come tappabuchi, per poi passare alla mancanza di retribuzione, causando uno stato di grande isolamento e inasprendo spesso le dimensioni domestiche soffocanti, eludendo anche la legge italiana contro la discriminazione delle persone con disabilità, non essendoci sanzioni effettive previste.
La mancanza di lavoro o di strumenti volti all’indipendenza delle persone con disabilità è una componente che non può più essere tollerata.


Prendiamo in esempio una donna con disabilità che possiede la pensione d’invalidità, il cui importo è di 287,09 € e aggiungiamo anche l’indennità di accompagnamento pari a 522,34 €, per un totale di 809,43 € e analizziamo perché l’assistenza e l’indipendenza non siano conciliabili.
Partiamo con il dire che nel caso di una persona avente bisogno di assistenza continuativa, 800 € non bastano nemmeno lontanamente per pagare una o più persone che facciano da caregiver, a questo dobbiamo aggiungere il fatto che tante persone hanno una disabilità che nei fatti non le permette di svolgere alcune attività quotidiane, magari non ha accesso all’indennità di accompagnamento.
Idealmente se una persona con disabilità volesse essere indipendente, ammettiamo che si cerchi una casa e che debba pagare un affitto, prendiamo la situazione più rosea, immaginiamo che decida di dividere l’affitto, conteggiamo quindi solo 200 €, a questo aggiungiamoci i soldi per le bollette e per il cibo, aggiungiamo altri 200 € minimo. Devono rimanere i soldi per visite, medicine, trasporti e per pagare almeno una parte di assistenza. Ma sono rimasti solo 400 €. E questo tenendo conto delle condizioni più favorevoli possibili.
In pratica viviamo in una realtà che incatena le persone con disabilità a una vita parziale, dipendente da terzi e tutto questo senza fornirgli ausili adeguati.

Un altro aspetto essenziale sarebbe coinvolgere attivamente le categorie marginalizzate nelle decisioni che le riguardano, scardinando così uno sguardo abile centrico.

Nel caso delle donne con disabilità la questione diventa ancora più urgente, basti pensare che lo stesso femminismo è stato per lungo tempo respingente nei confronti delle istanze delle donne disabili, almeno fino alla terza ondata, quando grazie a Kimberly Crenshaw è stato introdotto il concetto di intersezionalità.
Il modello della donna forte, indipendente e libera, che lottava per l’aborto, la validazione sessuale al di fuori dello sguardo oggettificante maschile sembrava cozzare con quello delle donne con disabilità, ferme al punto di dover lottare ancora per diritti come la maternità e l’essere considerate soggetti desiderati e desideranti.
Con l’avvento poi del femminismo intersezionale e dei disability studies, il livello di consapevolezza è aumentato e le donne disabili hanno finalmente iniziato a far parte del discorso pubblico, riappropriandosi della propria identità, diventata uno strumento di lotta politica.

È inoltre doveroso parlare della violenza subita dalle donne con disabilità, esacerbata ulteriormente dai ruoli di potere.
Le donne (ma anche le bambine e le ragazze) con disabilità sono soggette a discriminazioni multiple che limitano il pieno sviluppo e l’emancipazione, nonché l’esercizio dei diritti fondamentali.
Il complesso delle discriminazioni si traduce spesso nel maggiore rischio, all’interno e all’esterno dell’ambiente domestico, di subire violenze, abusi, maltrattamenti e sfruttamento.
Se è vero che le persone, in questo caso soprattutto le donne, con disabilità vengono percepite come non sessualmente appetibili, è anche vero che la violenza nei loro confronti è statisticamente maggiore rispetto alle donne momentaneamente non disabili.
Le cause della crescita esponenziale possono essere ricondotte a svariati fattori.
Il corpo delle persone con disabilità viene appunto visto non come un oggetto sessuale ma uno strumento per l’affermazione del proprio potere, ponendo la vittima in uno stato di inferiorità, ricordiamo che le violenze sono una questione di potere e non sessuale.
La disabilità può inoltre incidere sulla capacità di fuggire o difendersi dalla violenza.

Se guardiamo al solo periodo pre – emergenza, secondo i dati FISH, oltre il 65% delle donne con disabilità ha subito una forma di violenza, dato in aumento in presenza di disabilità plurime.
La forma di violenza più ricorrente è quella psicologica, seguita da quella fisica, sessuale ed economica.
Nell’80% dei casi chi fa violenza è una persona conosciuta, un partner, un familiare o un caregiver.
La violenza è ancora più difficile da denunciare quando a perpetrarla è il proprio caregiver e quando la sopravvivenza della donna dipende dal ricevere assistenza: pervade la paura di restare sola, senza aiuti, di finire in una struttura o di perdere l’eventuale affidamento dei figli.
Solo il 37% infatti dichiara di essersi opposta alla violenza e, di queste, solo il 6% si è rivolta a un centro antiviolenza, spesso anche poco accessibili o non preparati per gestire una situazione che comprenda la disabilità.
Le denunce delle persone disabili sono soggette anche a più facili contraddizioni, parlo anche per esperienza personale oltre che statistica nel dire che spesso una persona disabile non verrà creduta in quanto ritenuta incapace di intendere e liquidata con la retorica del “in fondo ti ha fatto un favore se no non avresti avuto possibilità di avere rapporti sessuali nel tuo stato”.

La rivoluzione deve partire dal linguaggio e dallo scardinamento dei preconcetti legati alla disabilità.
Mettendo da parte la narrazione pietistica associata alla disabilità e non associandola più a quello che viene chiamato inspiration porn, ovvero la rappresentazione delle persone con disabilità come fonte di ispirazione esclusivamente o in parte sulla base della loro disabilità, immagini, video o articoli di persone disabili utilizzate per motivare persone abili, suggerendo che se una persona disabile può realizzare quella cosa, allora sicuramente una persona abile può farlo.
In tale ottica diventa anche fondamentale una rappresentazione più inclusiva delle categorie marginalizzate anche nei prodotti considerati mainstream, perché se non vieni rappresentata è come se non esistessi.
Dobbiamo lottare per le donne, ma per tutte le donne.

Io ringrazio ancora tantissimo il Collettivə Bruna, Can Novara, Laura ed Elena che hannomoderato l’incontro ma anche Roberta Bagnasco, presidente di Agedo Novara, insegnante ed attivista per i diritti umani e Ivana La Mantia, attivista bisessuale e consigliera di ArciGay Vercelli.

Ed ecco qui il link per recuperare la diretta:

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